Cereali giugno 24, 2015

Il riso nel territorio vercellese

Cereali giugno 24, 2015

Il riso nel territorio vercellese

E’ comunemente noto che l’Oryza Sativa, nome scientifico del riso, ha origini asiatiche. Le popolazioni orientali facevano uso di questo cereale sin dall’antichità, in cucina ma anche nella cura del corpo o nelle faccende quotidiane.

 

Ma in che epoca  e in che modo il riso è stato diffuso sul territorio italiano, in particolare nella provincia di Vercelli? La cittadina piemontese è comunemente conosciuta come la “capitale del riso“, etichetta guadagnata grazie alla vasta estensione delle risaie che garantiscono la notevole produzione del cereale.

Probabilmente la coltivazione del riso è stata introdotta nelle zone del vercellese tra la fine del ‘400 e l’inizio del ‘500, per opera dei monaci dell’Abbazia di Lucedio, i quali disboscarono la selva che circondava l’abbazia e crearono le prime risaie. In quell’epoca, il riso era considerato al pari delle altre spezie, come lo zucchero e il pepe, e veniva importato dai paesi asiatici.

Le terre del vercellese, tipicamente paludose, erano molto difficili da trattare e ciò le rendeva del tutto inadatte per qualsiasi coltura. Ma non per il riso: il cereale, infatti, nasce e si sviluppa in ambiente umidi, per cui la conformità delle risaie risultava l’ambiente ideale per la sua coltivazione. Di conseguenza, le terre del vercellese assunsero un’importanza notevole e trovarono finalmente il modo per essere sfruttate al meglio.

 

Con la coltivazione del riso, però, insorsero le prime problematiche riguardanti l’igiene e la sanità pubblica: infatti, la risaia, con le sue acque stagnanti, rendeva l’ambiente malsano e produceva malattie, tra cui la malaria. Accadde quindi che, in Piemonte, nell’anno 1523, si diffuse a Saluzzo una pestilenza che provocò numerose vittime, ragion per cui si decise di non seminare più il riso nei territori circondanti il paese.

Per rimediare a tale problema, si cominciò a “spostare” le risale lontano dalle zone abitate attraverso l’emanazione di editti per limitare la coltivazione del riso. Le norme stabilivano la distanza minima dalle città a cui si poteva seminare il riso e prevedevano multe e perfino la prigione per chi non le rispettava. Esse ebbero effetto sulla popolazione laica, ma non sul clero che possedeva molti terreni coltivati a riso.

In ogni caso, nonostante gli editti, la coltivazione del riso continuava ad aumentare, in quanto molto redditizia. I problemi di igiene erano sempre più numerosi, con il conseguente insorgere di malattie ed epidemie che decimavano la popolazione. Tutto ciò, però, non impedì alla coltura del riso di espandersi e di diventare l’elemento fulcro dell’economia vercellese, per cui le risaie non vennero soppresse.

 

La soluzione definitiva al problema fu trovata intorno a metà ‘800 grazie all’ingegno del conte Camillo Cavour. Egli diede l’impulso alla costruzione di grandi sistemi irrigui nel vercellese, proteggendo le piante dal freddo e assicurando coltivazioni intensive. Tale innovazione rappresentava un grande passo avanti verso la moderna risicoltura. L’aspetto più importante di questo sistema di irrigazione è che l’acqua delle risaie non è più stagnante: in questo modo, infatti, con gli argini leggermente in pendenza, l’acqua scorre di continuo da un terreno all’altro e fa da “coperta idrica” per difendere la pianta dagli sbalzi di temperatura. Senza l’acqua stagnante, l’ambiente risulta più sano e meno nocivo.

Il canale Cavour ha compiuto 150 anni nel 2013 (fu completato dopo la morte del suo ideatore), e continua a svolgere la sua funzione fondamentale: alimentare una perfetta rete di fossi, rii e piccoli navigli lunga in tutto 10 mila chilometri, garantendo la costante irrigazione delle risaie e la conseguente coltivazione del cereale nel territorio vercellese.

 

Fonti:

repubblica.it

schole.it

anfedagri.it