Arte agosto 09, 2012

Membra stanche

Arte agosto 09, 2012

Membra stanche

Giuseppe Pellizza da Volpedo

 

Pellizza da Volpedo era figlio di agricoltori, frequentò la scuola tecnica di Castelnuovo Scrivia dove apprese i primi rudimenti del disegno. Grazie alle conoscenze ottenute con la commercializzazione dei loro prodotti, i Pellizza entrarono in contatto con i fratelli Grubicy che ne promossero l’iscrizione all’Accademia di Belle Arti di Brera dove fu allievo di Francesco Hayez e di Giuseppe Bertini. Contemporaneamente ricevette lezione private dal pittore Giuseppe Puricelli e successivamente divenne allievo di Pio Sanquirico. Espose per la prima volta a Brera nel 1885. Terminati gli studi milanesi, Pellizza decise di proseguire il tirocinio formativo, recandosi a Roma, dapprima all’Accademia di San Luca poi alla scuola libera di nudo all’Accademia di Francia a Villa Medici.
Deluso da Roma, abbandonò la città prima del previsto per recarsi a Firenze, dove frequentò l’Accademia di Belle Arti con Giovanni Fattori come maestro. Alla fine dell’anno accademico ritorna a Volpedo, allo scopo di dedicarsi alla pittura dal vero attraverso lo studio della natura. Non ritenendosi soddisfatto della preparazione raggiunta, si recò a Bergamo, dove all’Accademia Carrara seguì i corsi privati di Cesare Tallone. Nel 1889 visitò Parigi in occasione dell’Esposizione universale. Frequentò poi l’Accademia Ligustica a Genova. Al termine di quest’ultimo tirocinio, ritornò al paese natale, dove sposò una contadina del luogo, Teresa Bidone, nel 1892. Da quello stesso anno, cominciò ad aggiungere “da Volpedo” alla propria firma.
Il pittore in questi anni abbandona progressivamente la pittura ad impasto per adottare il divisionismo. Si confrontò così con altri pittori che usavano questa tecnica, soprattutto con Giovanni Segantini, Angelo Morbelli, Vittore Grubicy de Dragon, Plinio Nomellini, Emilio Longoni e, in parte, anche con Gaetano Previati. Nel 1891 espose alla Triennale di Milano, facendosi conoscere al grande pubblico. Continuò a esporre in giro per l’Italia (Esposizione Italo-Colombiana di Genova 1892, di nuovo Milano 1894). Tornò a Firenze nel 1893, vi frequentò l’Istituto di Studi Superiori, visitò poi Roma e Napoli. Nel 1900 espose a Parigi Lo specchio della vita. Nel 1901, portò a termine Il Quarto Stato, a cui aveva dedicato dieci anni di studi e fatica. L’opera, esposta l’anno successivo alla Quadriennale di Torino, non ottenne il riconoscimento sperato, anzi scatenò polemiche e sconcerto presso molti dei suoi amici.
Deluso, finì per abbandonare i rapporti con molti letterati e artisti dell’epoca, con i quali già da tempo intratteneva fitti rapporti epistolari. Morto nel frattempo Segantini, nel 1904 Pellizza intraprese un viaggio in Engadina, luogo segantiniano, al fine di riflettere maggiormente sulle motivazioni e sull’ispirazione del pittore da lui considerato suo maestro. Nel 1906, grazie alla sempre maggiore circolazione delle sue opere in esposizioni nazionali e internazionali, fu chiamato a Roma, dove riuscì a vendere un’opera perfino allo Stato: ‘’Il sole’’, destinato alla Galleria di Arte Moderna. Sembrava l’inizio di un nuovo periodo favorevole, in cui finalmente l’ambiente artistico e letterario riconosceva i temi delle sue opere. Ma l’improvvisa morte della moglie, nel 1907, gettò l’artista in una profonda crisi depressiva. Il 14 giugno dello stesso anno, non ancora quarantenne, si suicidò impiccandosi nel suo studio di Volpedo.

 

Il mondo del riso entra a far parte dell’arte nell’Ottocento, quando si afferma in Francia il Realismo, che punta alla rappresentazione della realtà nella sua complessità naturale e sociale. In Italia il movimento artistico prese il nome di Verismo ed ebbe il suo maggior esponente in Giovanni Fattori (1825-1908).

Uno dei pittori Italiani che nella seconda metà dell’Ottocento rese protagonisti gli umili raccontando i grandi temi sociali ed esistenziali della vita nei campi è l’Alessandrino Pellizza da Volpedo (1868 – 1907).

 

Consigliato da Giovanni Fattori, conosciuto durante gli studi all’Accademia di belle arti a Firenze, l’artista direzionò la propria attenzione verso le emozioni visive e gli effetti di luce tipici delle campagne nei dintorni di Volpedo.

Proprio questo suo interesse verso i lavori umili dei campi, lo portò a dipingere il suo ultimo quadro, Membra Stanche, rimasto incompleto.

 

Membra stanche (1903-1906)

 

Il quadro raffigura la dura vita dei lavoratori nelle risaie, costretti a spostarsi con le stagioni rincorrendo il lavoro.

Il paesaggio, in cui si riconosce la vallata del Curone, è fortemente caratterizzato dai toni rossi del tramonto che si contrappongono con forza agli azzurri delle catene montuose, producendo un senso di profondità e dando risalto alle figure in primo piano.

La stanchezza, il dolore e l’amore, la dura vita dei lavoratori stagionali dei campi sono magistralmente esemplificate nei protagonisti.